Spunti(4): i dialoghi

John Oldman e il giurato numero 8

Oggi ti parlo di loro.

Il primo nasce dalla penna di Jerome Bixby nei primi anni ’60 e impiega fino al ’98 per vedere la parola ‘Fine’ nella sua storia (parola sussurrata da Bixby sul letto di morte); il secondo arriva tra noi quasi sessanta anni fa, nella sceneggiatura di Reginald Rose (e vivrà più vite, una per ogni regista che lo porterà su schermo).

Le storie di oggi vengono da due film, le puoi guardare in una serata sola, se vuoi. The man from Earth, scritto da Bixby e girato nel 2007 da Richard Schenkman, e La parola ai Giurati, dalla sceneggiatura di Rose e nella versione del 1957 di Sidney Lumet.

Sono due film teatrali: l’intera storia si svolge in una stanza (o poco più). Non ci sono flashback, non ci sono stacchi su altri ambienti. I personaggi si ritrovano, cominciano a parlare e tu vieni portato via.

La costruzione dei dialoghi è magnifica. I personaggi sono praticamente inesistenti (dei giurati non sappiamo nemmeno il nome), ma incarnano personalità così vicine a te da trovare subito un posto nella tua personale galleria. I veri personaggi qui sono le idee, che combattono a colpi di arzigogoli e ricostruzioni mentali per annullare le avversarie e restare le sole dominatrici del campo.

alla faccia degli effetti speciali

Di che parlano:

Man from Earth è il racconto di una piccola festa d’addio molto privata: il professor Oldman (nomen omen) si sta per trasferire e i suoi amici (tutti colleghi professori) si presentano a casa sua per salutarlo, visto che lui aveva snobbato il party d’addio e stava per partire alla chetichella.

Gli amici non capiscono perchè se ne voglia andare. E insistono. E il buon Oldman, che non ha mai avuto amici così stretti in tutta la sua lunga vita,  prova a rispondere. Con una domanda: E se supponessimo che un uomo dal Paleolitico Superiore fosse sopravvissuto fino ai giorni nostri?

Gli altri professori lo prendono come un esercizio intellettuale e, ognuno nella propria specializzazione, cercano di smontare la teoria di John. Solo che John pare avere una risposta plausibile per ogni obiezione…

"è finito il Ciobar"

La Parola ai Giurati è il racconto di un gruppo di giurati, al termine di un processo per omicidio di cui tu non sai nulla, che deve decidere il destino dell’imputato. E deve farlo all’unanimità.

Da quel che hai intuito, la colpevolezza sembra evidente. I giurati votano e undici mani si alzano. Poi il giurato n°8 si alza e, invece di votare, comincia a esporre i suoi dubbi.

Comicia la battaglia di un’idea contro l’altra, portata avanti all’inizio un uomo solo: un uomo che non si uniforma alla massa, che segue il suo pensiero e che combatte tenacemente perchè gli altri, se vogliono essere sicuri delle loro certezze, smontino prima i suoi dubbi.

E i due schieramenti (colpevole/innocente) si faranno guerra spietata per conquistare fino all’ultimo voto.

"qualcuno ha bisogno del bagno?"

La costruzione dei personaggi mi spaventa sempre. E’ molto più facile descrivere e rendere avvincenti delle azioni. Ma è il personaggio che ci conquista e ci rende meorabili quelle azioni: se il personaggio è una sagoma di cartone, ogni sua sofferenza, ogni suo sforzo, ci lascerà indifferenti o peggio ancora, annoiati. Far sentire i brividi lungo la schiena al lettore quando il personaggio è in pericolo, fagli sentire rabbia quando il personaggio è ingiustamente punito, commuoverlo quando il personaggio soffre è per me di una difficoltà notevole.

Qui un gruppo di sconosciuti inizia a parlare. Ci frega qualcosa di ciò di cui parlano? La sfida c’è (riuscirà Oldman a convincere i suoi colleghi? Riuscirà il n°8 a non far condannare l’imputato?), ma gli autori hanno solo gente che parla per rendermela avvincente. Possono farmi soffrire, gioire, preoccupare per gente che parla? E farmi immedesimare in loro?

8-12 persone, una stanza, 1.30 di tempo. Tu sapresti tenere vivo l’interesse di uno spettatore a colpi di dialogo? Loro sì.

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Pubblicato il aprile 19, 2012, in Approfondimento, visioni con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. io no. è il motivo per cui anche solo tenere in piedi un corto di 4 minuti con personaggi chiusi in una stanza non sono ancora riuscita ad immaginarlo…

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