Archivio mensile:settembre 2012

Baltimore book fest

Mi sono appena saprato una tre giorni di meeting, presentazioni e lectures con autori americani.

Si prega di notare che era tutto gratis e pure c’era un tenda dedicata interamente a Sci-Fi e Fantasy.

Il mercato americano del fantastico e’ molto ricco, e la scelta e’ amplissima. Purtroppo non conoscevo nessuno degli autori qui presenti.

Ma l’impressione e’ che fossero dei cazzari da competizione (anche se grazie al cielo nessuno si e’ avvicianto allo “Scrivere è come starnutire”) ben pasciuti di regole e manuali (che io adoro); dei grandi distrubutori automatici di romanzi, delle macchine sforna storie. Un fastfood del libro. Gli chef Tony della scrittura. E alcuni, pure ingacabili.

Comunque mi leggero’ qualcosa, per vedere che combinano.

La cosa piu’ interessante e’ stata l’incontro con una scrittrice fantasy spagnola, che scrive e pubblica fantasy sul mercato americano (che personalmente mi attira molto piu’ di quello nostrano)

Dopo aver parlato con lei per una mezz’oretta, posso dire a ragion veduta che il suo inglese sia meno corretto del mio, anche se sta qui da 20 anni. E il suo consiglio e’ di non passare per traduttori, ma di addestrarsi a scrivere in inglese (e poi magari affittare un buon editor per mettere tutto a posto). Sicuramente una bella iniezione di speranza, visto che ogni tanto penso che il mio scopo ultimo (fare lo scrittore/gironalista scientifico/laqualunque sul mercato inglese) sia un sogno irrealizzabile, perche’ il gusto, l’orecchio di un’altra lingua non potra’ mai comperere con con la quelli di un nativo, alla mia eta’.

Non so se e’ fattibile, ma il mio piano da qui a 4 anni e’ il seguente: finire entro il 2012 i racconti che ho per le mani e in progettazione. E con l’anno nuovo, partire con qualcosa di piu’ ambizioso e a lungo termine. Un romanzo in italiano (osticissimo data la mia costanza) e passare a scrivere short tales solo in inglese.

Vedremo.

Ah, e mi sono pure beccato un concerto di piano e contrabbasso alla Peabody Library.

 

Annunci

Stand-up comedians

Ultimamente guardo molti stand-up comedians.

Fanno ridere (non tutti), sono un buon esercizio per l’inglese e sono gratis su youtube.

Prima di inizare a cercare qualche nome, conoscevo solo George Carlin. Ora ne ho trovati una quindicina (di nomi, spettacoli molti di piu’)

Spulciando la rete se ne trovano tanti. Non tutti mi piacciono, ma alcuni mi hanno davvero divertito.

Inoltre mi piace cercare di capire perche’‘ facciano ridere. La maggior parte di loro racconta ovvieta’, o aneddoti personali piu’ o meno banali. Eppure si sorride. E a volte si ride proprio*.

Non mi interessa scrivere qualcosa di comico, ma mi piace notare come si muovono, le inflessioni della voce, le espressioni lessicali. E soprattutto, le pause. Ma no, provare proprio no. Non ho il piglio da stand-up comedian.

Qualche consiglio per allietarvi le serate.

Christopher Titus – Neverlution (2010)

Questo, pur trasudando americanismo, e’ forse quello che mi e’ piaciuto di piu’. A suo modo, ha provato a fare uno spettacolo sociale E divertente. Nel complesso niente male. E non e’ poco direi. Senza contare che va per 105 minuti live senza pause e senza gobbo. Riguardo al discorso che faceva Davide Mana l’altro giorno, qui Titus si da’ una risposta: se sei arrivato da qualche parte, se hai dato davvero il massimo, e’ perche’ un giorno qualcuno per cui provavi un briciolo di stima ti ha detto: ‘lascia stare, non vali granche’ . E tu ti sei rimboccato le manice e spaccato la schiena per arrivare un giorno a fargliele ingoirare, quelle parole. (traduco a memoria) Non so se e’ il massimo, come soddisfazione. Certo e’ che se mi arrivasse un  sms con scritto “trophies”, saprei cosa fare.

Jim Jeffries – Alchoolocaust (2010)

Questo australiano gioca tutto sull’assenza di valori. Beve, va a donnacce, e’ misogino, o’animalo. Mi fa sbragare. E’ una versione divertente delal comicita’ da cinepanettone, con la differenza che questa fa ridere. Forse perche’ un poco piu’ plausibile. Comunque. Lo show e’ un susseguirsi di racconti imbarazzanti in cui non Jim fa la figura del figo, semplicemente del debosciato. Se devo dirla tutta, mi ricorda Belushi.

Lewis Black – In God We Rust (2010)

Eccone uno che devo conoscere meglio. E’ di un altra generazione, e si sente. Ma il suo stile e’ molto paricolare. Lento, composto, quasi stanco. E poi, le piu’ meravigliose eruzioni di rabbia, bile e cinismo appaiono come un Krakatoa malvagio  tra una parola e l’altra. Il filo conduttore e’ meno evidente, siamo piu’ a livello del vecchio rincoglionito che si lamenta di tutto e di tutti come faceva mio nonno. E non fa ridere di per se’. Fa ridere per lo stesso motivo per cui io sbraco al monologo del Sgt.Maj Hartman in Full metal jacket. O agli sbrocchi di Clint Eastwood in Gran Torino. Perche’ lo spettacolo a pensarci bene e’ una lunga sequenza di elaborati insulti. E io lo adoro.

—–

* Inoltre sarebbe interessante parlare del fatto di come esser presnti in tanti (magari live) ad uno spettacolo del genere aumenta esponenzialmente la risposta allo stimolo, in questo caso del divertimento, ma vale per tutte le manifestazioni collettive.

Ready? Fight!

Questo post di Davide Mana mi ha fatto riflettere.

Concordo con lui che un duello verbale sia molto piu’ soddisfacente. Anche visivamente.

Quanto sono piu’ belli gli episodi di Sherlock di Moffat e Gatiss, con i loro dialoghi e la poca azione, piuttosto che i due film di Sherlock Holmes di Guy Ritchie? (se credete il contrario, prego, l’uscita e’ di la’)

Per me e’ molto difficile scrivere bei dialoghi. Il fatto e’ che un dialogo scritto male ammazza la storia molto piu’ che una scena d’azione malfatta. Intendiamoci: scene confuse, verbose e eccessivamente dettagliate sono un mattone, ma come lettore mi innamoro dei personaggi, prima di tutto. Anche di quello che fanno, ovvio, ma soprattutto dei personaggi. Se la scena non e’ chiara, il mio disprezzo/odio/fastidio si riversera’ sull’autore, che ha creato personaggi che mi piacciono e poi non riesce a farmeli seguire per bene.

Se pero’ il personaggio non mette in fila due frasi plausibili, o il tono e’ inadatto alla situazione, o parla con me, lettore, invece che con gli altri personaggi, ecco che nonostante la colpa sia dell’autore, e’ il perrsonaggio a darmi sui nervi, e mettero’ giu’ il volume.

Ad esempio, questo inverno ho letto la trilogia the Riddlemaster of Hel (della McKillip) e l’ho trovata dannatamente pesante, poca azione e tante scene mattone. pero’ i dialoghi erano efficaci, e i personaggi convincenti, quindi sono arrivato in fondo a tutta la malloppata di pagine. (non so bene come giudicare The Shadow of the Torturer di Gene Wolfe: non mi ha convinto (ancora) a iniziare il secondo volume, ma ammetto che qui la lettura in inglese non abbia giovato alla scorrevelzza)

Ora, intendiamoci, brutti dialoghi e scene nebbiose sono tutti e due errori da evitare, ma il secondo non e’ fatale per la lettura.

Cio’ che fatale e’ una scena d’azione in cui traspare l’americanismo holliwoodiano e fumettaro degli ultimi 20 anni. Spararsi le pose come in un film d’azione anni 80  – specie se lo fai in una soria che tende alal verosimiglianza – e’ una immediata doccia fredda.

Io non ho mai combattuto, ok, ma per quanto mi riguarda, quando si arriva al dunque non c’e ‘spazio per pose ad effetto, oneliners e motteggi vari. Non se stai davvero raccontando di un superbadass assassino in un mondo dove combattere e’ letale.

Cosi’ facendo si spreca solo un’occasione, e se si combatte per la vita non e’ un lusso che puoi permetterti. Senza contare che anche il piu’ scafato dei guerrieri mentre si avvicina al suo obiettivo strisiando di nascosto, o mena spadate a destra e a manca nella mischia, dovrebbe avere la il tuono nelle orecchie, una fitta allo stomaco e le palle cosi’ raggrinzite da essere risalite fino alla prostata. O ha una paura fottuta, o e’ solo un clown salterino sparapose come un x-men qualsiasi.

Per quanto mi riguarda, le scende di azione dovrebbero essere cosi:

La cinquina: fictional weapons

Autori di fantascienza e  fantasy (ma fondamentalmente di qualsiasi genere) hanno creato negli anni una galleria di armi affascinanti. Copiando spudoratamente prendendo spunto dal post di Sommobuta, ho deciso di elencare cinque tra quelle che piu’ mi hanno colpito (ahah, armi – colpito… ci siete?)

1. spade

LA SPADA PER SEI DITA

Dice il saggio “La cosa più importante in un arma è l’uomo che la impugna”. E quindi  ha anche il suo peso qui nel farla emergere tra le altre; Stormbringer e Sword of Omen erano in pole-position, ma alla fine la mia preferita e’ questa.

Impugnata da Inigo Montoya, l’unico spadaccino vivente col rango di Mago. E’ probabilmetne una Striscia, creata dal grande spadaio Domingo Montoya per l’uomo con sei dita. E se devo citarvi la fonte, siete delle brutte persone.

“Ola, mi nombre es Inigo Montoya. Tu hai uciso mi patre, preparate a morir”

2. Pistole

.45 LONG COLT AGL 

Vash the Stampede. Il tifone umanoide e la sua taglia da 60 mil. di DoppiDollari. E’ un Plant di 131 anni, dalla mira che nemmeno Jigen, ma molto piu’ allegro. Impugna  un revolver argentato che (come la gemella nera in possesso di Knives) puo’ fondersi col braccio di un plant creando un cannone in grado di spazzare via citta’ , montagne e perfino di scavare crateri sulla luna.

“Love and Peace, Love and Peace”

3. armi da lancio

THE GLAIVE 

Sul pianeta Krull, l’unico modo per sconfiggere il Mostro (the Beast) a quanto pare e’ di trovare un ciclope, una compagnia di disperati, un vecchio saggio a far da guida e il magico Glaive, che da piccolo mi gasava un casino. Lo si lancia, escono le punte e lo si comanda col pensiero. Belerrimo. Peccato pero’ che alla fine non serva a una fava contro il mostro…

“I am Ergo the magnificent. Short in stature, tall in power, narrow of purpose and wide of vision. And I do not travel with peasants and beggars. Goodbye!” (c’entra niente, ma Ergo era l’unico figo del gruppo)

4. cannoni

CANNONE A ONDE MOVENTI

Ok ok, non e’ strettamente un’arma. ma il cannone ad onde moventi (Dimensional Wave Motion Explosive Compression Emitter, o in breve Wave Motion Gun) e’ il fulcro della figaggine della bellissima corazzata Yamato, riadattata a nave spaziale, ribattezzata Argo (secondo la tradizione italica) e guidata  dal Capitano Avatar verso Iscandar.

Alimentato dal Motore a onde moventi, praticamente ha a disposizione una fonte di energia infinita e converte il vuoto dello spazio in tachioni, che puo’ sparare dalla prora (don’t ask). Tutti i sistemi non essenziali dirottano l’energia al cannone, che e’ talmente potente da spazzare via flotte intere e da rischiare di frantumare la corazzata stessa. E per quanto mi riguarda, Team Yamato tutta al vita (per il Team Arcadia, prego, di la’).

“il viaggio e’ lungo anni luce, ci guida il capitano Avatar”

5. miscellanea

ZAINO PROTONICO (proton pack)

Familiarmente detto “acceleratore nucleare non autorizzato”, mi rifiuto di dovervi spiegare da dove viene.

In breve e’ un acceleratore di particelle portatile, in grado di sparare un flusso di particelle (ok ok, in inglese i nomi son tutti diversi, ma io amo il doppiaggio anni ’80 che ho imparato a memoria). Va bene, e’ fatto per catturare i fantasmi, ma se puo’ far saltare per aria Gozer il Gozeriano, per me basta e avanza.

“venimmo, vedemmo e senza indugio la fottemmo”

Memento

I gesti dei vecchi, sempre così complicati[…]

Lezione 21 – Baricco

I vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte.

Il Sogno di Maria – De Andre’

Non mi capita spesso di commuovermi (buuu, menzogna).

Ok, ok, mi si annebbia la vista se il passaggio che sto leggendo, la scena che sto vedento e’ particolarmente epica, evocativa, o toccante.

E un mio punto debole e’ sicuramente la vecchiaia. Sara’ che mi ci sento, sara’ che mi spaventa, sara’ che ci dobbiamo passare prima o poi, visto che l’alternativa non mi attira molto.

Quindi oggi ti parlo di un film che ovviamnete non uscira’ in Italia, ma che qui hio potuto vedere dietro casa nel multisala d’essay. Let me repeat that: multisala d’essay. Boom!

Questo non e’ un blog di cinema, quindi non aspettarti commenti sulla fotografia, la regia o la colonna sonora.

Robot and Frank

sinossi.

Frank, scassinatore in pesnione, vive solo. I suoi figli fanno quello che possono, ma una lavora in giro per il mondio, l’altro va a trovare il padre ogni settimana, ma sono 10 ore di viaggio e comunque piu’ che rassettare un po’ non c’e’ molto ceh possa fare.

Perche’ frank e’ vecchio, e l’Alzheimer se lo sta mangiando*

Ecco allora che un robot maggiordomo/infermiere si presenta come la soluzione. Ma la convivenza tra i due e’ molto meno semplice del previsto. E quando Frank risplovera le sue competenze giovanili, la faccenda si fa rischiosa…

Non e’ il film che mi aspettavo. Non e’ un Gran Torino col robot. Forse per questo che ero perplesso durante la visione.

Il fulcro del film non e’ il burbero rapporto tra Frank e Robot**, o i furti dell’improbabile duo, o i rapporti famigliari.

E’ un mix di tutto questo e, personalmente, un mix riuscito.

E’ un film delicato, che scorre via leggero pur trascinando (per me) macigni come la solitudine, l’invecchaire, il perdere i propri ricordi e la propria mente.

Mio nonno aveva l’Alzheimer ed e’ morto completamente dimentico e inconsapevole; l’altro non e’ piu’ molto presente e spesso non sa bene dove’e’ e con chi. Frank Lagella mi ha raccontato un mix dei miei due nonni, somigliandoci pure. E ringrazio Ford (sceneggaitura), che quando pensavo mi sarebbero scoppiati gli occhi di lacrime e avrei dato spettacolo in un cinema pieno di sconosciuti, mi ha rimesso in pace con il mondo.

Grazie Ford.

In breve:

Il film non e’ nella mia top ten, ma merita sicuramente una visione. Ed e’ tra le cose pi’ interessanti che ho visto negli ultimi mesi (capito, Prometheus?)

Il tema dell’invecchiare, del rimpianto, della perdita lenta ma irreversibile di noi stessi mi tocca sempre molto; per questo ti consiglio Lezione 21 (piazzato di prepotenza tra i miei film preferiti di sempre) che ha il potere di piegarmi ogni volta che arrivo al  monologo quasi-finale di John Hurt sulle note del quarto movimento della Nona.

Ma se volete davvero strapparvi il cuore, leggete il fumetto Rughe, di Paco Roca. Leggete a storia di Emilio, malato di Alzheimer, e della sua vita nella casa di riposo. Leggetelo e poi fustigatevi forte come ho fatto io, perche’ la commozione e’ dolce, ma l’invidia e’ una brutta bestia.

* ok, l’ A-word non viene mai pronunciata, ma sembra dannatamente quello.

** o tra Frank e chiunque altro se e’ per questo.

Riposi in pace

La mania del prequel o del sequel da cosa nasce?

Arpionare una fanbase gia’ presente, sicuro. E anche sfruttare un’idea al limite estemo (e oltre), per non doverne tirare fuori un’altra.

E’ molto piu’ facile prednere personaggi che gia’ ci sono, sviluppati e complessi, e usarli in un setting piu’ o meno gia’ collaudato (ok, tra Interceptor e Mad Max c’e’ una fottuta catastrofe nucleare fuori scena, ma di solito il setting e’ simile)

E qui sta l’inganno. O autoinganno.

King dice per bocca del giovane Gordon Lachance (cito a memoria): “Quando non sai cosa succede dopo, vuol dire che [la storia] e’ finita”.

E ha dannatamente ragione.

SI’, diobono! SI!

A volte personaggi ricchi e complessi ci fanno desiderare di leggere ancora le loro avventure, di vedere ancora qualche impresa. Ci mancano, ne vogliamo ancora. Ma purtroppo la loro storia e’ finita, la loro evoluzione completa. L trama e l’ordito creati dalle parche nella mente dell’autore non lasciano spazio ad altre storie.

L’ambientazione puo’ essere ancora viva, forse. Dopotutto, l’autore puo’ aver speso mesi e mesi a creare una realta’ che ci ha a malapena mostrato. E allora ecco altri personaggi, altre storie che ampliano l’orizzonte (Earthsea, per dirne una)

Ma non con il nostro vecchio amore. Magari c’e’ spazio per qualche cameo. Qualche brevissimo racconto.

Ma LA STORIA e’ finita.

Leo Ortolani questo lo ha capito bene, e in Ratman il tema e’ toccato piu’ e piu’ volte.

Perche’ il raccontare storie di personaggi morti, passatemi il temrine, non gli rende giustizia. E i nostri eroi, che tanto volevamo avere ancora una volta con noi, cadono e ci deludono. Spesso non consideriamo nemmeno parte del ‘canone’ queste storie post mortem (qualche esempio? Indiana Jones 4, terminator 3, prometheus, die hard 4. O se volete esempi librari: 20 anni dopo, il visconte di Bragelonne. O gli ultimi romanzi su Montalbano. Una qualsiasi testata a fumetti che non contempli la FINE, ma continui a rebootare, intrecciare, far risorgere etc etc).

non so ci voi siate e non voglio saperlo

Con questo non voglio dire che non si possa continuare a scrivere di un personaggio. Il canone di Sherlock Holmes (4 romanzi e 56 racconti) non mi dispiace, ma e’ da notare che l’autore aveva ucciso Sherlock dopo neanche 5 anni. E fu obbligato dal pubblico, mamma compresa, a farlo risorgere.

O  si finsice per scrivere racconti/romanzi con la stessa formula ancora e ancora e ancora, al punto che il personaggio diventa cristallizzato in un rigido codice (nei gialli riesce abbastanza bene, vd Holmes, Marple, Montalbano, Carvalho, Colombo, Derrick), o si trasforma il tutto in Beautiful, e per chi amava il personaggio questa e’ peggio della morte.

Insomma:

rinunciare alla gallina dalle uova d’oro e’ improbabile, capisco, ma tu autore non cercare la mia stima per un progetto meramente speculativo.  (un seguito di Harry Potter venderebbe? sicuro. Piacerebbe? Spero di no. Anche se la fanbase e’ de coccio)

Creare una nuova idea e’ difficile/impossibile? Forse. (Gaiman dice di no. Ma non siamo tutti Gaiman). Ma perche’ devo continuare a comprare il tuo vomito riscaldato quando ci sono tanti autori nuovi e magari altrettanto bravi che ancora non ho letto?

una storia conclusa.