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Spunti (7): Supereroi: Wild Cards

Dato che siamo in ballo con la round robin due minuti a mezzanotte, mentre scrivo il mio spin off su Cody Mulley (non è un super, ma bazzica il giro. vedrai), ho pensato che potrebbe valer la pena segnalare una cosetta in ambito supereroistico.

Wild Cards (a cura di George Martin)

Wild Cards è un universo condiviso a la Thieves’ world di Asprin. Tanti autori hanno contribuito con i loro racconti e i loro personaggi a queso universo comune, ricco di supereroi e fantascienza. Parliamo di gente come Martin, Zelany, Shiner, Clearemont e molti molti altri. La serie, iniziata nel 1987 è ormai arrivata al ventesimo volume (no, non li ho letti tutti. sto leggendo il primo, per essere onesto).

Setting: nel ’46 viene sganciato su New York City (e dove sennò?) il virus alieno Wild Card. Risultato: il 90 percento degli infettati muore a causa del totale rimaneggiamento del proprio DNA. Ma alcuni sopravvivono.

Jokers: quasi tutti i sopravvissuti subiscono violente mutazioni, e finisco per essere grotteschi e deformi (in vari gradi)

Aces: una piccola minoranza dei sopravvissuti guadagna invece superpoteri senza nessuna orrenda mutazione nell’aspetto.

Douces: sarebbero aces, ma il loro potere è fondamentalmente stupido o inutile (tipo trasformarsi in delfino, ma solo con luna piena e per due ore).

Nats: o naturals, le persone che non sono mai state infettate dal virus.

Sucide Kings: bambini figli di genitori infettati dal virus, portatori a loro volta. I suicide kings di solito risvegliano il virus durante la pubertà, e hanno lo stesso 90% di probabilità di lasciarci le penne. La legge punisce il causare stress ad un suicide king, visto che lo stress può scatenare il virus latente.

I primi due libri sono una serie di racconti, separati ma connessi, usati per presentare i personaggi, il setting e le trame del primo trittico di volumi. Il terzo libro chiude queste trame ed è un mosaic novel (capitoli scritti da tanti autori e poi editati in un romanzo coerente). credo che la formula venga poi portata avanti nel resto della serie.

traducendo:

l’universo Wild Cards si distingue dalla maggior parte delle storie di supereroi per vari elementi: l’idea degli autori era di avere un approccio narrativo più realistico e naturalistico. Pochi Aces hanno identità segrete, o sono i classici vendicatori mascherati. Il setting di Wild Cards è il nostro mondo, con le sue celebrità e la sua culutra pop, e dato che molte storie sono ambientate in anni differenti, il setting ha personaggi che realisticamente invecchiano nel corso della seire. La maggioranza delle vittime del virus Wild Card vivono nel ghetto chiamato Jokerville, mentre i pochi Aces diventano famose celebrità. Inoltre la serie ha un approccio più diretto alla violenza e al sesso rispetto agli standard del genere supereroistico.

da wiki

Ora, stiamo parlando di una serie iniziata nel 1987, e quindi non mi aspetto che leggendola adesso mi faccia gridare MIRACOLO! Dopotutto sono usciti moltissimi fumetti che hanno fatto dell’approccio realista al supereroe il loro cardine (vedi qui per qualche esempio). Ma siccome questa è una serie di libri, può essere interessante vedere come altri scrittori hanno affrontato la sfida di scrivere di supereroi senza usare i disegni.

E se credi che la serie è pallosa, ecco alcuni dei personaggi e delle idee gettate nel frullatore wildcard.

Alieni, telepati, telecineti con sesso tantrico come fonte di potere, culti oscuri, mecha, mostri, rivolte, uomini-animali, telecineti fobici, personalità multiple e insomma tanta tanta roba. Prendi tutti i fumetti marvel e dc che conosci, mixali con sesso e violenza, ficca tutto in lavatrice con una bella dose di candeggina e coloranti. Il risultato potrebbe essre questo. Se vuoi un’idea priva di spoiler, qui c’è l’elenco pressoché infinito dei tropes.

Un’occhiatina credo valga la pena darcela, va là.

Spunti (6c): paradossi.

E siamo arrivati al terzo (e per ora ultimo, che ho altri argomenti che mi colano dalle orecchie) approfondimento sui paradossi.
Oggi ti elenco alcuni dei miei preferiti, i paradossi decisionali.
Ci vengono fuori benissimo delle storie col finale in stallo. Che mi piacciono assai, se ben costruite.

La situazione descritta nei paradossi è sempre vagamente irreale. Ma che accadrebbe se qualcuno mettesse il protagonista proprio in quella situazione?

Il dilemma del prigioniero:
Due criminali sono stati catturati, e la polizia cerca di ottenere una solida incriminazione. I due vengono presi e sbattuti in due stanze separate, senza possibilità di comunicare tra loro. Possono confessare, oppure tacere. Ma se solo uno confessa, la spia se ne va libera e l’altro si becca 7 anni di prigione; se confessano entrambi, si beccano ciascuno 6 lunghi anni in cella. Se entrambi tacciono, non ci sono prove per condannarli a più di 1 anno.

Non mi interessa qui la strategia dominante (peraltro, partendo da un confessa-confessa per minimizzare il rischio di perdite personali, si arriva presto a capire che se entrambi i criminali hanno capacità logiche perfette, entrambi faranno la stessa scelta, e quindi conviene non confessare), ma il dilemma che un personaggio si troverebbe ad affrontare in una situazione simile. Un racconto breve, tutto dentro la cella. Il prigioniero ha tutta la notte per pensare. Da solo. Al buio. Non vedremo mai il suo compare, a meno che non sia lui a ricordarci che tipo è. Assistiamo nel corso della notte a tutti i processi logici, ai dubbi, ai ripensamenti del nostro personaggio, finché, all’alba, il prigioniero chiama le guardie. E dice: cosa?

una possibile soluzione

insomma,un racconto basato sua questo ragionamento:

Ci si potrebbe domandare:
«È possibile che non esista alcuna conclusione logica che permetta al prigioniero di sperare di rimanere in prigione un solo anno o addirittura nessuno?».
«È possibile che la logica non giunga a nessun’altra soluzione oltre alla accettazione di venire condannati a 6 anni senza alcuna speranza?».
Una possibile soluzione è la seguente, ma richiede due precisazioni e non è universalmente accettata:
a) si deve dare per scontato che tutti i personaggi abbiano una capacità logica pressoché perfetta. Questo non vuol dire che debbano essere buoni, altruisti o altro, ma solo che tutti capiscano il gioco allo stesso modo, e non facciano alcun errore;
b) dato il punto a) è facile capire che tutti prenderanno la stessa decisione. Non può esistere uno che fa il furbo a scapito degli altri, perché questo automaticamente vorrebbe dire che anche gli altri faranno come lui. Solo il lettore “disattento” può pensare di far fare il furbo a un solo personaggio.
A questo punto appare chiaro che, se uno dei prigionieri capisce che le conclusioni a cui arriva lui sono le stesse a cui arriva l’altro, scegliere non confessa è l’unica azione possibile. Infatti se ci si convince che è impossibile che diano risposte diverse (vedi il punto b), allora il discorso egoista cade. Rimanendo solamente le possibilità (confessa, confessa) e (non confessa, non confessa) la scelta è a prova di dubbio.

via wiki

Ancora meglio, l’Unscrupolous diner dilemma (che poi è un dilemma del prigioniero con n partecipanti):
Esempio:
Praticamente è la stessa cosa, tra più commensali che divideranno il conto in parti uguali. Il piatto costoso costa molto di più di quanto sia buono e pagarlo prezzo pieno non conviene. Però se gli altri prendono il piatto economico, allora si divide e conviene. Ma se tutti prendono il costoso, ci si rimette tutti.

pessimo partecipante

Che per rendere le cose più piccanti, nel nostro caso andrebbe resa con una dualità vita/morte, o comunque con estremi molto forti. Esempio sciocco:
12 maghi hanno messo momentaneamente da parte la loro antica rivalità, per unire le forze in un incantesimo complicatissimo. Sono attorno ad un pentacolo al cui centro, maestoso e terribile, si erge il Diavolo. Parlare in sua presenza comporta la rottura dell’incantesimo. Nella formula a lungo studiata, i maghi hanno inserito la richiesta di immortalità. E il diavolo, che e’ appunto diavolo, accetta. Davanti ad ogni mago appaiono due ampolle. Una da’ l’immortalità’. L’altra e’ semplice acqua fresca. “bevete” dice il diavolo. “bevete la pozione per essere immortali, oppure rinunciate e tenete la vostra vita bevendo acqua. Ma attenzione, l’immortalita’ deriva da un legame con la mia essenza. Devo bere una delle 12 pozioni dopo di voi, o vi legherete al niente e morirete qui e ora. Il che significa che se tutti e 12 sceglierete l’immortalità’, morirete.”
cosa faranno i maghi? chi accetterà di vedersi scavalcare dai rivali e berrà l’acqua? O moriranno tutti? E cosa pensano mentre decidono?

Il paradosso di Newcomb, che si può riassumere con una domanda altamente evocativa.
Come si può giocare contro un avversario onnisciente?
Qui c’e’ solo da sbizzarrirsi, dal Settimo Sigillo e gli scacchi contro la morte, a sfidare Dio, a fermare Skynet… (trattazione qui)

“…starà mica per piovere?”

per finire, il rompicapo della Tossina di Kavka

Un eccentrico miliardario ti piazza davanti una bottiglia contenente una tossina che, se bevuta, ti farà soffrire per un giorno intero, ma nessun rischio di morte o effetti a lungo termine. Ecco il patto: domattina riceverai un milione di colali se stanotte, a mezzanotte, tu avrai intenzione di bere la tossina nel pomeriggio del giorno successivo. E sottolinea che non è necessario che tu beva la tossina per ricevere il denaro, i soldi saranno sul tuo conto ore prima che venga l’ora di berla. Devi solo avere, a mezzanotte, l’intenzione di berla il pomeriggio successivo. Se poi libero di cambiare idea, ricevere i soldi e non bere la tossina.
Il punto è: puoi davvero aver l’intenzione di berla, sapendo che non sei obbligato a farlo? Anche se nel dubbio finirai col berla, sapendo di non essere obbligato, non prenderai in realtà la decisione solo nell’istante in cui effettivamente la bevi?

E se invece di un milione di dollari fosse in palio la vita del tuo amore, o di tua figlia? O la realtà stessa?

Spunti (6b): paradossi

Nella lunga lista dei paradossi che ho scorso, alcuni sono – come già detto – mere formulazioni matematiche e non li riporterò qui; altri sono della categoria che ho deciso di chiamare “del bombo“. Ma qua e là ci sono paradossi che possono dar luce a storie magnifiche e inquietanti (spesso oltretutto sono già stati usati proprio per storie magnifiche e inquetanti, o la descrizione del paradosso è una storiella inquietante già di per sé).

rischi del mestiere

Cominciamo con alcuni dei più interessanti della categoria Logica, tienili a mente. La mia formulazione preferita è sotto forma di domanda. Una domanda senza risposta, che mi rpovoca sempre quel leggero brivido che mi davano gli episodi di “twilight zone”

Cominciamo dal Dilemma del Coccodrillo: un problema logico formalmente insolubile.

Immaginiamo un mostro, in questo caso un coccodrillo. Mostruoso, inarrestabile e affamato. Come un flagello, colpisce i figli degli abitanti di un villaggio, rapendoli per divorarli. Ma un uomo non accetta di perdere il proprio amato figlio, e va dal coccodrillo pregandolo di restituirgli il suo bambino. E se il mostro promette di restituirlo se e solo se l’uomo è in grado di indovinare cosa farà (restituirà o non restituirà il bambino), cosa accadrà quando l’uomo, pessimista e rassegnato, dirà che il mostro non restituirà il bambino?

Il paradosso di Jourdain (derivato da quello di Epimenide) è già stato abbondantemente usato. E’ infatti meglio noto come Catch 22. Brevemente.

Articolo 12, Comma 21«L’unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia.»Articolo 12, Comma 22«Chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo.»

Già usato in Star Trek (codice militare Klingon) da Ende nella Storia Infinita (la porta che può essere aperta solo non desiderando di aprirla) e perfino da Camera Cafè e in Sturmtruppen. Direi che tirare fuori un nuovo utilizzo del paradosso può essere interessante, ma decisamente non semplice.

Il paradosso dell‘Impiccagione Imprevedibile

Un tale fu condannato dal giudice. In considerazione dell’efferatezza dei delitti commessi il giudice proclamò una singolare sentenza:
… il colpevole sarà impiccato un giorno della prossima settimana, ma egli non dovrà sapere quale sarà il giorno dell’esecuzione, che dovrà arrivargli completamente inaspettata!” Il condannato non fu per nulla turbato dalla sentenza perché dopo un breve ragionamento concluse: “Allora non mi impiccheranno mai! Dato che la mia sentenza deve essere eseguita entro la settimana, l’esecuzione non potrà essere sabato poiché venerdì lo capirei, e non potrà essere venerdì perché giovedì lo saprei, e così a ritroso per lo stesso motivo non potrà essere nessuno dei giorni precedenti. Per questo motivo non mi giustizieranno mai, in quanto l’impiccagione non sarebbe inaspettata.” Il giorno seguente il condannato venne impiccato. La sentenza del giudice si avverò, a dispetto della convinzione del condannato, in quanto questa gli arrivò appunto in un giorno inaspettato.

Un meccanismo simile si ritrova nel Gioco del Centipede.

no, non questo

Davanti a me, due pile di monete. La prima con 4, la seconda con una sola moneta. Il mio avversario è di fronte a me. Io posso tenere la pila più alta, e dare al mio avversario la pila più bassa. Fine del gioco. Oppure le do entrambe al mio avversario, e così facendo raddoppiano. Ora lui ha 8 e 2 monete, e può fare la stessa cosa. Per quanto ci fideremo l’uno dell’altro e continueremo a passarci le monete per farle aumentare? Quando uno dei due deciderà di tenere per sé la pila più alta?

Un sacco di spunti qui. Dalle partite contro computer senzienti, a equilibri di società interstellari che possono essere infranti e portare alla guerra… praticamente si può costruire di tutto sopra questo modello.

Su un paradosso simile a questi (per la precisione, simile all’impiccagione inaspettata), Robert Louis Stevenson scrisse The bottle Imp (che puoi leggere qui). Ne è pure stato tratto un film (1917. Se riesci a recuperarlo…).

In breve. C’è una bottiglia, e dentro di essa un genio. Finché la bottiglia è in tuo possesso, il genio esaudirà qualsiasi tuo desiderio. Ma se al momento della tua morte sarà ancora tua, la tua anima brucerà per sempre all’inferno. E ora, il tranello: la bottiglia non può essere regalata o abbandonata, solo venduta, e venduta in perdita: il nuovo compratore deve sapere che rischi corre, e dovrà pagarla meno di quanto l’abbia pagata l’attuale proprietario. La transazione deve avvenire in moneta sonante. Data dal Diavolo a Prester John per un milione di dollari, la bottiglia ha attraversato i secoli, posseduta da Napoleone, da James Cook etc … abbassando sempre più il suo valore. Durante questa storia, il valore è sotto i 10 dollari, e scenderà in fretta ai centesimi. E con una bottiglia pagata 2 centesimi, dove trovare un compratore disposto ad acquistarla per 1 centesimo e a non poterla vendere più?

diavolo tentatore

L’idea è molto affascinante, anche se la sua realizzazione è più una storia di avventure che di tranelli logici. Ma gli spunti sono sempre lì, magari hai voglia di vedere cosa sai fare tu, sulla stessa distanza…

Una storia di paradossi logici che mi è sempre piaciuta da impazzire è He shuttles, di T. Sturgeon. Se trovi la raccolta “Un dio in giardino”, tradotta è “La Spola”. Se no puoi leggerla in inglese qui.

Spunti (6a): paradossi

I paradossi affascinano sempre. Sarà per il fatto che riescono a dare una piccola scossa alle fondamenta della realtà come ci appare: stiamo guardando il mondo dal riflesso di una superficie immota in un laghetto alpino, e ogni cosa ha una sua logica, ogni cosa ci è chiara. Ed ecco che un paradosso cade come un sasso nel lago. E quello che ci sembrava chiaro e lineare si piega e si frantuma, lasciandoci intravedere un universo caotico e incomprensibile. La vertigine da realtà.

Per questo adoro le storie che si basano su paradossi più o meno famosi, spesso (nel caso dei racconti brevi) poco più che mere curiosità intellettuali.

Su wiki la lista di paradossi e’ enorme. Molti sono paradossi logico-matematici, e poco si prestano a diventare il nucleo di una storia (principalmente per limite mio, perché, da biologo e chimico, le scienze pure spesso mi sfuggono); inoltre i paradossi elencati sotto biologia, chimica e molte altre categorie sono quasi tutti un semplice constatare di fenomeni che non comprendiamo appieno (per esempio, se fosse vero, il fatto che il calabrone secondo le teorie aerodinamiche non dovrebbe volare eppure vola, per intenderci).

Siamo ancora ben lontani dai paradossi logici che ti fanno girare la testa. Ci arrivo non dubitare. Alcuni però sono interessanti.

Cominciamo dal classico e straclassico: i paradossi sul tempo e i paradossi logici:

Bootstrap paradox: Puo’ un viaggiatore del tempo mandarsi da solo informazioni che non provengono da una fonte esterna? Moltissime storie usano questo paradosso, così al volo mi viene in mente Le porte di Anubis, dove alla fine il viaggiatore prende il posto del poeta che tanto lo aveva affascinato e scriverà le poesie che aveva studiato nel futuro. (ma allora quelle poesie chi le ha create?)

Predestination paradox: Un uomo viaggia indietro nel tempo per scoprire la causa di un famoso incendio. Durante il suo viaggio, urta una lanterna e causa proprio quell’incendio. Le storie che usano la predestinazione si sprecano, la prima che mi viene in mente e’ Terminator (sia John Connor che Skynet esistono perché nel futuro decidono di mandare due agenti indietro nel tempo causando la propria creazione), ma anche les Cronocrimenes, per dire… Il paradosso “bootstrap” è imparentato con questo.

boobstrap dal futuro

Temporal paradox: Cosa succede se un viaggiatore del tempo commette azioni nel passato che gli impediscono di poterle compiere? (ad esempio il famoso Grandfather paradox: che succede se torni indietro nel tempo e uccidi tuo nonno prima che abbia concepito tuo padre?). Qui ci sono mille rispsote diverse: L’era di apocalisse della Marvel comincia quando il figlio di Xavier uccide Xavier prima che questi crei gli x-men (e lui istantaneamente svanisce), o Back to the future: se Marty non rimette le cose a posto tra i suoi genitori adolescenti, svanirà nel nulla.

“i libici”

In realtà se hai letto la serie di raccolte Le Grandi Storie della Fantascienza, di esempi ne hai a bizzeffe. Se non l’hai letta, peste ti colga.

Fine intro; alla prossima puntata per i paradossi logici e quelli decisionali

Spunti(4): i dialoghi

John Oldman e il giurato numero 8

Oggi ti parlo di loro.

Il primo nasce dalla penna di Jerome Bixby nei primi anni ’60 e impiega fino al ’98 per vedere la parola ‘Fine’ nella sua storia (parola sussurrata da Bixby sul letto di morte); il secondo arriva tra noi quasi sessanta anni fa, nella sceneggiatura di Reginald Rose (e vivrà più vite, una per ogni regista che lo porterà su schermo).

Le storie di oggi vengono da due film, le puoi guardare in una serata sola, se vuoi. The man from Earth, scritto da Bixby e girato nel 2007 da Richard Schenkman, e La parola ai Giurati, dalla sceneggiatura di Rose e nella versione del 1957 di Sidney Lumet.

Sono due film teatrali: l’intera storia si svolge in una stanza (o poco più). Non ci sono flashback, non ci sono stacchi su altri ambienti. I personaggi si ritrovano, cominciano a parlare e tu vieni portato via.

La costruzione dei dialoghi è magnifica. I personaggi sono praticamente inesistenti (dei giurati non sappiamo nemmeno il nome), ma incarnano personalità così vicine a te da trovare subito un posto nella tua personale galleria. I veri personaggi qui sono le idee, che combattono a colpi di arzigogoli e ricostruzioni mentali per annullare le avversarie e restare le sole dominatrici del campo.

alla faccia degli effetti speciali

Di che parlano:

Man from Earth è il racconto di una piccola festa d’addio molto privata: il professor Oldman (nomen omen) si sta per trasferire e i suoi amici (tutti colleghi professori) si presentano a casa sua per salutarlo, visto che lui aveva snobbato il party d’addio e stava per partire alla chetichella.

Gli amici non capiscono perchè se ne voglia andare. E insistono. E il buon Oldman, che non ha mai avuto amici così stretti in tutta la sua lunga vita,  prova a rispondere. Con una domanda: E se supponessimo che un uomo dal Paleolitico Superiore fosse sopravvissuto fino ai giorni nostri?

Gli altri professori lo prendono come un esercizio intellettuale e, ognuno nella propria specializzazione, cercano di smontare la teoria di John. Solo che John pare avere una risposta plausibile per ogni obiezione…

"è finito il Ciobar"

La Parola ai Giurati è il racconto di un gruppo di giurati, al termine di un processo per omicidio di cui tu non sai nulla, che deve decidere il destino dell’imputato. E deve farlo all’unanimità.

Da quel che hai intuito, la colpevolezza sembra evidente. I giurati votano e undici mani si alzano. Poi il giurato n°8 si alza e, invece di votare, comincia a esporre i suoi dubbi.

Comicia la battaglia di un’idea contro l’altra, portata avanti all’inizio un uomo solo: un uomo che non si uniforma alla massa, che segue il suo pensiero e che combatte tenacemente perchè gli altri, se vogliono essere sicuri delle loro certezze, smontino prima i suoi dubbi.

E i due schieramenti (colpevole/innocente) si faranno guerra spietata per conquistare fino all’ultimo voto.

"qualcuno ha bisogno del bagno?"

La costruzione dei personaggi mi spaventa sempre. E’ molto più facile descrivere e rendere avvincenti delle azioni. Ma è il personaggio che ci conquista e ci rende meorabili quelle azioni: se il personaggio è una sagoma di cartone, ogni sua sofferenza, ogni suo sforzo, ci lascerà indifferenti o peggio ancora, annoiati. Far sentire i brividi lungo la schiena al lettore quando il personaggio è in pericolo, fagli sentire rabbia quando il personaggio è ingiustamente punito, commuoverlo quando il personaggio soffre è per me di una difficoltà notevole.

Qui un gruppo di sconosciuti inizia a parlare. Ci frega qualcosa di ciò di cui parlano? La sfida c’è (riuscirà Oldman a convincere i suoi colleghi? Riuscirà il n°8 a non far condannare l’imputato?), ma gli autori hanno solo gente che parla per rendermela avvincente. Possono farmi soffrire, gioire, preoccupare per gente che parla? E farmi immedesimare in loro?

8-12 persone, una stanza, 1.30 di tempo. Tu sapresti tenere vivo l’interesse di uno spettatore a colpi di dialogo? Loro sì.

Spunti(3): La bibbia del Diavolo

Boemia, monastero di Podlažice. Anno del Signore 1229.

E’ notte, e nella sua cella il monaco Herman si agita insonne nel giaciglio.

E’ la sua ultima notte su questa terra; tra poche ore i suoi cofratelli verranno a prenderlo e lo sottoporranno al supplizio a cui è stato condannato: murato vivo, per aver infranto i suoi voti.

Herman non vuole morire, e in quelle ore disperate, quando l’oscurità è così fitta da essere un peso oppirmente sul cuore, quando nel buio si odono i richiami degli spiriti che vagano affamati sotto la volta nera del cielo, Herman fa un voto. Scriverà il più grande libro della storia dell’Umanità, a gloria del suo ordine e del Signore Onnipotente, e lo completerà in tempo per le Lodi a Ora Prima. In cambio, i suoi confratelli gli risparmeiranno il supplizio.

La sua fede prima, e la disperazione poi mettono le ali alla penna di Herman. Ma l’alba si avvicina e il codice non è completo. Herman verrà murato vivo.

Terrorizzato, Herman getta la penna e l’inchiosto d’insetto. Maledice il suo Dio, bestemmia il Suo Nome e rinnega la sua Fede. Senza fiato, nel buio della sua cella, stringe un patto scellerato con le potenze infernali. La sua anima, per completare il volume e avere così salva la vita.

Il diavolo accetta, e avvolge con la sua zampa artigliata la mano del monaco, guidandola rapida sulla pagina.

L’aurora giunge, e il manoscritto è compiuto. I confratelli di Herman trovano il grande tomo aperto sullo scrittoio; a tutta pagina, orrenda nella sua immensità, la più grande immagine del Diavolo mai realizzata li guarda ghignando con occhi di fiamma.

"tu non hai fame?"

Il Codex Gigas (Libro gigante) è il più grande codice medioavele del mondo.

Il Codex Gigas è contenuto in una copertina di legno ricoperta di pelle, con alcuni ornamenti in metallo. Le dimensioni sono: 92 centimetri di lunghezza, 50 di larghezza e 22 di spessore, misure che lo rendono il manoscritto più voluminoso del medioevo con un peso di 75 kg. Inizialmente conteneva 320 pagine di vellum, ma otto di queste sono state successivamente rimosse

da wikipedia

Contiene la sacra bibbia nella versione dellaVulgata; gli atti degli apostoli e l’Apocalisse dalla Vetus Latina; trattati di fisiologia, storia, etimologia; Etymologiae di Isidoro di Siviglia; Antichità giudaiche e la Guerra giudaica Giuseppe Flavio; la Chronica Boëmorum di Cosma Praghese; un calendario dei santi e l’elenco dei monaci dei monasteri di Podlažicama.

Cosa rara, tra queste pagine sono scritte anche numerosi incantesimi e formule magiche.  E la più grande immagine singola del Diavolo.

La pagina del diavolo (pg 290) e le pagine attorno ad essa sono più scure, annerite. Influenza diabolica? (*)

E la pagina precedente riporta una rappresentazione del regno dei cieli, così che il bene e il male si fronteggino, uno contro l’altro, per il resto dell’eternità.

l'agile volumetto

La leggenda del monaco Herman si è diffusa a poco a poco, ma l’interesse per questo tomo inizia poco dopo il suo completamento (e con esso, gli eventi funesti che accompagano i suoi possessori)

Il monastero di Podlažice  cade in disgrazia, e per risanare i suoi conti deve vendere il codice, che passa al monastero cistercense di Sedlec e successivamente a quello benedettino di Brevnov, nel 1477. Nal 1593 Rodolfo II lo fa suo per esporlo nella sua Camera delle Meraviglie a Praga.

L’imperatore non fece una bella fine: dal 1600 in poi si rinchiuse nel castello di Hradcany, in preda a frequenti allucinazioni ed a lunghe crisi depressive; finì spogliato di titoli e potere dai suoi stessi fratelli, e il suo unico erede finì i suoi giorni pazzo.

Durante la guerra dei 30 anni, l’esercito Svedese invade Praga: il codice diventa bottino di guerra e viene trasferito nella Biblioteca Reale di Svezia a Stoccolmadove ammaliò la regina Cristina I.

Figura peculiare, Cristina era stata cersciuta come un maschio, e al momento dell’incoronazione scelse le formule per l’ascesa di un Re, non di una Regina. Fu anch’essa costretta ad abdicare, e si trasferì a Roma portando con sé gran parte della sua vasta biblioteca, ma non il codice che l’aveva affascinata; nonostante il suo amore per la cultura, non volle avere con sè il Codex Gigas.

Il 7 maggio 1697 il castello reale fu devastato da un incendio che colpì anche la biblioteca, ma il codice venne salvato gettandolo dalla finestra (ferì un passante, e perse 8 delle 320 pagine che lo componevano).

sdeng

La leggnda fu avvallata anche dal fatto che la grafia dell’intero tomo è troppo regolare e costante per essere il frutto di un lavoro a molte mani; ma nonostante la supposta lunghezza di una simile fatica, non si riscontrano variazioni di grafia dovute a età, malattie o privazioni che un singolo monaco manifesterebbe se lavorasse per anni e anni allo stesso manoscritto.

In realtà un errore nella traduzione del termine recluso (Herman il Recluso, così è chiamato l’autore) spiegerebbe molte cose. Inclusus starebbe a indicare non il supplizio di essere murati vivi, ma la scelta di un monaco di trascorre in isolamento il resto della sua vita (clausura). Scelta che avrebbe permesso al nostro Herman di spendere qualcosa come 20 anni (stimati da esperti studiosi) alla lavorazione del Codex. L’opera di una vita.

Attualmente è conservato nella Biblioteca Nazionale Svedese a Stoccolma.

(*) NO. La pergamena si scurisce con la luce, e nei secoli la curiosità per questa rara immagine ha fatto sì che il libro fosse aperto più spesso qui (pg 290) che altrove, così che le pagine limotrofe si scurissero più di altre.

visione consigliata: The Codex Gigas by National Geographic.

Spunti(1): l’Abate Faria e il Mesmerismo

Oggi voglio appuntarti due note su un personaggio poco conosciuto degli studi mesmerici.

CONTESTO

Il mesmerismo, pratica derivata dagli studi sul magnetismo animale e che si sarebbe poi sviluppata nella più nota ipnosi, fu il fulcro del lavoro di Franz Anton Mesmer (da cui il nome), medico e filosofo tedesco che operò tra Austria, Germania e Francia tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
I suoi più illustri predecessori negli studi di magnetismo animale furono lo svizzero Paracelso (1493-1541), che fu il primo ad utilizzare i magneti nel suo lavoro, l’irlandese Valentine Greatrakes (1628-1622), anch’egli noto per curare i suoi pazienti tramite imposizione delle mani o con magneti, e Joahnn Joseph Gassner (1727-1779), che essendo sia prete che cattolico fini per credere che i malanni fossero provocati da possessioni demoniache e con la preghiera si sarebbe potuto risolvere il problema.

Un altro Padre Nostro e ci siamo!

Mesmer iniziò curando i suoi pazienti tramite il magnetismo minerale, tramite applicazioni di ferro calamitato. E pian piano formulò la sua teoria, che in poche parole si può riassumere così: l’organismo umano è in grado di emettere un fluido (o forza*) capace di intervenire su altri esseri viventi. Questa teoria, chiamata poi Mesmerismo, era articolata in 4 punti principali:

  •     un sottile fluido fisico, chiamato “magnetismo animale”, riempie l’universo e forma un mezzo di connessione tra l’uomo, la terra e i corpi celesti e tra uomo e uomo;
  •     la malattia ha origine dalla carenza di tale fluido all’interno del corpo umano;
  •     con l’aiuto di opportune tecniche, il fluido può essere incanalato, convogliato in altre persone;
  •     in questo modo si possono provocare “crisi” nel paziente e curare malattie.

da wikipedia

La sua carriera conobbe mille alti e bassi, alternando guarigioni di pazienti ricchi e famosi a clamorosi fallimenti. Il suo lavoro controverso ebbe molti sostenitori e altrettanti detrattori.
Re Luigi XVI nominò nel 1784 una commissione di scienziati, tra cui Antoine Lavoisier, Joseph Ignace Guillotin e Benjamin Franklin (che all’epoca era in visita in Europa), con lo scopo di approfondire queste discusse teorie. La commissione bollò tutto come attribuibile a quello che noi oggi conosciamo come Effetto Placebo, ma nonostante ciò le teorie di Mesmer si diffusero dalla Francia al resto d’Europa al punto che, quattro anni prima della sua morte, a Berlino era stata istituita una Cattedra di Magnetismo Animale.

Magnifico Rettore

Tra i tanti che seguirono queste teorie, ci furono Carl Reichenbach* (1788 – 1869), Armand-Marie-Jacques de Chastenet, Marchese de Puységur (1751-1825) che coniò il termine “sonnambulismo”, Joseph-Claude-Anthelme Récamier (1774 – 1852), che utilizzò l’ipnoanestesia e operò su pazienti in coma mesmerico. Ambroise-Auguste Liébeault (1823-1904), che nel 1866 organizzò il movimento mesmerico francese nella “Scuola di Nancy”, James Braid (1795-1860), John Elliotson (1791-1868), e James Esdaile (1805-1859).

Ma quello di cui voglio parlarti è l’Abate Farìa. Si, proprio quello imprigionato nello Chateau d’If e che trasforma l’imbelle Dantes nel Conte di Montecristo. Non tutti sanno che Dumas si ispirò ad un uomo realmente vissuto (e realmente rinchiuso nella prigione di If). Ed era pure un mesmerista.

L’ABATE FARIA

Abate di Bronzo

José Custódio de Faria (poi noto come Abbè – Abate- Faria) è un cattolico Goa, nato in India, nel villaggio Colvale a Goa, (allora colonia portoghese). [Sulla nascita non sono sicuro, wiki indica il 30 maggio 1746 e altre fonti il 31 maggio 1756; sono propenso a credere a queste ultime, dato che i conti sull’età alla morte filano].
Suo padre Caetano Virtorino discende da un famoso bramino Gown Saraswat ed è di casta Bamonn, sua madre si chiama Rosa Maria; il matrimonio va così bene che i due ottengono l’annullamento dalla Chiesa Cattolica (stiamo parlando del 18° secolo, eh) e il padre torna in seminario per diventare prete mentre la madre si fa suora.
Fai un po’ tu che bella esperienza dev’esser stata la loro vita di coppia.
Comunque il giovane Faria è il fulcro di notevoli aspettative paterne, e a 15 anni, nel 1771, viene portato dal padre in Portogallo; qui Re Giuseppe I decide di sponsorizzare i loro studi e i due vengono mandati a Roma a conseguire un dottorato in teologia (il padre) e per diventare prete (il giovane Faria).
Faria, una volta prete, ottiene anch’egli il dottorato, nel 1780; dedica la tesi a Re Giuseppe I (ma – ops- nel mentre il re muore e con notevole aplomb il nostro Faria cambia il destinatario della dedica: Maria I, regina di Portogallo) e scrive uno studio sullo Spirito Santo talmente ben fatto da impressionare il Papa, che fa tenere al giovane teologo un sermone nella Cappella Sistina.
L’onore tributatogli dal Papa spinge la regina Maria I a fare altrettanto nella cappella di Palazzo Queluz, e qui ha luogo un fondamentale avvertimento per il futuro di Faria.
Faria, sul pulpito, terrorizzato dalla folla davanti a lui, è nel pallone più completo: mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi! (cit).
Allora il padre gli sussurra all’orecchio (in Konkani) la frase “‘hi sogli baji; cator re baji’” (Sono tutti ortaggi. Taglia questi ortaggi). Faria supera il suo blocco e parla disinvolto alla folla, ma soprattutto si convince di ciò che sarebbe diventato il fulcro del suo lavoro sull’ipnosi: il potere della suggestione verbale.

Ortaggi?!?

A differenza di Mesmer e della sua ossessione con i magneti, Faria abbandona l’idea del fluido animale, e si concentra tutta sulla suggestione: secondo Faria nulla viene dal magnete, tutto deriva dal paziente stesso, dalla sua mente condizionata. La sua teoria prenderà il nome di Fariismo: l’operatore deve catalizzare e incanalare l’attività mentale del soggetto tramite comandi vocali, traminte ordini a cui il soggetto deve obbedire.
Ma trascorreranno anni prima che il nostro Faria arrivi ad una formulazione compiuta di tutto questo; intanto, a Lisbona, viene nominato Prete della Cappella Reale (e il padre diviene il Confessore del Re e della Regina): l’essere vicini alle stanze dei bottoni permette loro di intessere fosche trame.
La vita avventurosa si confà al giovane Faria, che segue le macchinazioni politiche del padre. Nel 1787 il vecchio progetta e mette in atto quella che verrà conosciuta come la Congiura dei Pinto (un complotto per abbattere il domino portoghese nella colonia indiana di Goa, sull’onda delle idee della nascente rivoluzione francese) e il giovane Faria è uno dei principali esecutori della rivolta.
I cospiratori però vengono traditi e la rivolta è soffocata; i responsabili vengono cercati non solo a Goa, ma anche nella stessa Lisbona. Ma Faria e i suoi compagni di congiura sono già scappati in Francia.
L’aspetto esotico di Faira, la sua formazione orientale e il grande successo delle sue attività di mesmerista lo avvolgono di un’aura misteriosa che gli fa guadagnare la reputazione poco invidiabile di mago; piccole suggestioni come indurre una anestesia locale sulla pelle o convincere un soggetto di sentire freddo o caldo faranno sì che i parigini lo considerino uno stregone in combutta col demonio, anche se Faria è solo un’intellettuale illuminato e curioso che approfondisce una scoperta che – pur se male interpretata – ha effettivamente una reale efficacia. Parigi non lo accetta e le autorità lo rinchiuderanno alla Bastiglia.
La sua mente non si ferma mai, e in prigione conosce una guardia appassionata del gioco della Dama. Per passare il tempo lo sfiderà più e più volte, ma il gioco è fastidiosamente breve. Faria creerà allora la prima scacchiera per dama 10×10.
Liberato dalla Bastiglia, depone nuovamente la croce e impugna la spada, prendendo parte alla rivoluzione Francese, diventando il capo di uno dei Battaglioni Rivoluzionari . Si solleva contro il Terrore della Convenzione Nazionale ed è tra i comandanti dell’assalto del 1995 che instaura il potere del Direttorio.
Durante questi anni in Francia, Faria conosce numerosi personaggi fondamentali per la sua formazione, tra cui il già citato Marchese de Puységur, allievo di Mesmer.
Ma nel giro di due anni, nel 1797, la vita di Faria arriva ad una svolta tragica: non se ne conosce la ragione precisa, ma il clima di intolleranza e di sospetto reciproco che il terrore aveva creato colpisce questo intellettuale medico/guerriero (e pure prete) dalla pelle scura, il forte accento e i tratti indiani: durante la sua permanenza a Marsiglia, Faria viene arrestato e rinchiuso nel terribile Chateu d’If.
Vi rimarrà, in isolamento, per 17 (DICIASSETTE) anni.
Qui sta la grandezza di questo personaggio: il suo studio appassionato delle scienze mediche e del mesmerismo con de Puységur e Mesmer, il suo passato in India, l’aver studiato e approfondito le arti meditative degli yogi, tutto si fonde tra quelle quatto pareti di pietra scabra che saranno la sua casa per diciassette lunghi e solitari anni.
Faria arriva a concludere che, pur non riuscendo a spiegarsi tutte le manifestazioni eccezionali a cui ha assistito in India, esse siano dovute alla stessa forza che egli riconosce essere dietro alla teoria del mesmerismo. E per tutta la sua lunga prigionia Faria continua a studiare ed approfondire questa sua idea, dedicandosi all’autosuggestione e alle studio delle potenzialità di questo fenomeno.
Così facendo, sfugge all’abisso della pazzia in cui il lungo isolamento rischiava di precipitarlo.

Non così

E’ un vecchio scuro e dalla lunga barba argentea che fa ritorno a Parigi nel 1814.
Vecchio ma ancora attivo, Faria riprende ad operare guarigioni tramite terapie di magnetismo animale nel suo studio in Rue de Clichy. Si guadagna così grande fama, il soprannome di Abate di Bronzo e una folta schiera di detrattori e nemici.
Opererà solo per quattro anni prima che la morte lo colpisca, a 65 anni.
In questi quattro anni il clero, convinto che sia un emissario del demonio, e molti scienziati, che lo vedono come un ciarlatano e un imbroglione, lo perseguitano senza sosta, al punto che Faria, vecchio e provato nel fisico, si troverà a dover scegliere se continuare il suo lavoro (e morirne) o se ritirarsi abiurando e avere così le forze per scrivere il libro che racchiude tutte le sue scoperte.
Sceglie questa seconda via, e poco prima di spirare, nel 1819 dà alle stampe “The Cause of Lucid Sleep or A Study Of the Human Nature – dell’Abate de Faria, Bramino, Dottore in Teologia e Dottore in Filosofia, Membro della medical society di Marsiglia e Ex-professore all’università di Francia”. Faria dedica il libro al Marchese de Puysegur.

Faria fu un uomo in anticipo rispetto al suo tempo. A differenza dei suoi contemporanei individuò la causa dei fenomeni dell’ipnotismo non in forze o fluidi, ma nella semplice suggestionabilità umana: solo attraverso essa è possibile l’ipnosi, e chiunque è suggestionabile, in misure diverse.
Intuì anche che l’ipnosi è un mutuo rapporto dipendente da entrambi i soggetti coinvolti. Se non c’è fiducia nell’operatore, il soggetto sarà diffidente, in allerta e poco suggestionabile, e non otterrà nessun beneficio, per quanto bravo sia l’operatore stesso.
Il suo pensiero fu ignorato per decenni, e occorsero più di cento anni prima che entrasse davvero a far parte della visione della comunità scientifica. Di tanto era in anticipo l’abate Faria.
Citando (molto liberamente) il quasi eccessivo Child Psychiatry and You di Buyanov:

Faria ha affrontato l’umiliazione e la persecuzione. Ha sopportato le prigioni e lo Chateau d’If. Ha affrontato processi e tribolazioni. E’ stato invidiato e frainteso. In una parola, ha avuto il destino dei Grandi. Poiché non ha avuto paura e ha combattuto per la verità e non per avere il suo posto alla fiera delle vanità.

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* Fu Reichenbach a dare una definizione di questa forza – da lui chiamata Odic Force (OD) – che nella mia testa urla fortissimo JEDI

La “Odic Force” (chiamata anche Od [õd], Odyle, Önd, Odes, Odylic, Odyllic, od Odems) è il nome dato nella metà del 19° sec all’energia vitale (o forza vitale) dal Barone Carl von Reichenbach.

Von Reichenbach coniò questo nome ispirandosi al dio vichingo Odin nel 1845. Von Reichenbach individuò una forza, collegata, compenetrata e composta da elettricità, magnetismo e calore, pur rimanendo distinta e indipendente da queste; una forza che si emanava da tutte le sostanze e in grado di influenzare le persone, proporzionalmente alla loro sensibilità.

Chiamò questo concetto “Odic force”. E affermò che questa forza permeava tutte le piante, tutti gli animali e ogni uomo. Una forza intrecciata e generata dalla vita stessa.
Sostenne che la “Odic force” fosse visibile nell’oscurità più totale, apparendo come auree di colore attorno alla materia vivente, ai cristalli e ai magneti. Sosteneva che per poterla vedere fosse prima necessario passare ore nella più completa oscurità, e che comunque non tutti fossero in grado in grado di acquisire questa capacità.

La paragonò ai concetti orientali del ch’i e del prana. Individuò nell’OD un flusso positivo ed uno negativo, e un lato luminoso ed uno oscuro. Durante la manipolazione dell’OD, l’emanazione coinvolge principalmente mani, bocca e occhi.

da wikipedia